Sarà un’Europa…ESG?
venerdì, 12 giugno 2009
In Europa si è appena votato per il rinnovo del Parlamento. Ma i nuovi parlamentari sapranno rinnovare le politiche europee in senso sostenibile?
Non pretendiamo certo qui di fare un’analisi politica che esula dalle nostre capacità e dai nostri interessi. Restiamo come sempre ben centrati sul nostro argomento, la finanza etica, l’investimento SRI.
La finanza etica si basa sulle informazioni: più se ne hanno, più si riesce a capire se questa o quella società si comporta “bene” o “male” in senso sociale e ambientale, se le sue performance sono superiori alla media delle società del suo settore, se il suo business model è sostenibile in senso non solo economico ma anche sociale e ambientale e così via.
Ottenere queste informazioni, però, non è per nulla facile, come sanno bene le agenzie di rating etico che elaborano i profili etici su cui gli indici azionari etici (Dow Jones Sustainability Index, Ftse4Good Index) basano la composizione dei loro panieri di titoli. Non è facile soprattutto quando le informazioni che si cercano riguardano settori o attività cosiddette “controverse”, sulle quali cioè i giudizi di valore sono generalmente critici e comunque assai divergenti: ad esempio il settore del tabacco, quello dell’alcool, il nucleare – di cui abbiamo parlato in un precedente post – la pornografia, i testi sugli animali, il commercio di armamenti. Settori che non a caso rientrano solitamente fra quelli che i criteri negativi o di esclusione utilizzati dai fondi SRI penalizzano. O quanto meno valutano con molta, molta attenzione.
Bisogna quindi esercitare pressioni, fare opera di sensibilizzazione un po’ a tutti i livelli, affinché in primo luogo le grandi società quotate, quelle in cui i fondi SRI decidono se investire o meno i loro asset, diano queste informazioni, anche se sono informazioni scomode, anche se non sono positive per la loro immagine.
Com’è facile intuire, è una battaglia difficile. E lunga.
A combatterla ci sta provando Eurosif, il forum dei forum della finanza socialmente responsabile europei, che ha nei rapporti con gli organismi dell’Unione europea una delle aree più importanti e delicate della sua attività. Eurosif ha infatti da poco presentato un documento, un position paper, rivolto direttamente alle istituzioni comunitarie e in particolare alla Commissione di Bruxelles.
Il documento sottolinea l’opportunità di richiedere maggiori informazioni, e trasparenza, insomma una migliore e più regolare disclosure, alle organizzazioni e agli operatori del settore finanziario, sulle istanze ESG (Environmental, Social and Governance). Perché ciò potrebbe contribuire a definire un modello di sviluppo che sia sostenibile nel lungo periodo, inteso come più sostenibile di quello ormai delegittimato dalla crisi e dalla storia, in Europa come nel resto del mondo (alla faccia di chi aveva parlato anni fa con toni profetici di “fine della storia”…). Le informazioni di ordine ESG, infatti, permettono di anticipare, contenere, se possibile evitare, comunque gestire al meglio i rischi di ogni genere, finanziari, economici, sociali e ambientali, che le società e i loro investitori possono trovarsi a dover fronteggiare.
Le richieste del documento si articolano su tre punti principali:
1) le società quotate siano obbligate a dare informazioni sulle loro performance ESG utilizzando un numero limitato e standardizzato di KPI (Key Performance Indicator)
2) gli investitori istituzionali siano obbligati a produrre un documento, Statement of Investment Principles, dove dichiarano se e come integrano considerazioni ESG nella gestione dei loro investimenti e quali sono le loro politiche in merito all’esercizio dei diritti di voto collegati agli investimenti (che vuol dire dichiarare se fanno o meno azionariato attivo, tema di cui abbiamo parlato più volte su questo blog, ad esempio qui e qui)
3) in sede Ue vengano adottate misure che tutelino i diritti degli azionisti di queste società (da leggersi soprattutto i piccoli azionisti), in modo che essi possano avere effettivo controllo dei propri diritti, e li possano pienamente esercitare in ogni momento, e anche le società possano identificare in modo trasparente i loro azionisti così da poter comunicare con loro con facilità e rapidità.
Bisogna dire che il Parlamento europeo, quello appena ri-eletto, in più di un’occasione ha mostrato maggiore sensibilità della Commissione europea per le istanze della sostenibilità, della responsabilità sociale, dell’investimento SRI, legate al rapporto tra business e ambiente e tra business e diritti umani e del lavoro (ad esempio, fra le ultime occasioni, si segnala la raccomandazione espressa dal Parlamento di Strasburgo sullo sviluppo del microcredito). Vedremo come si comporterà quello nuovo (per la composizione e la distribuzione dei seggi risultanti dalle ultime elezioni si può visitare questo sito). Speriamo che sia un Parlamento ESG. Anzi, un’Europa ESG!





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