Ritorno alle origini
lunedì, 6 luglio 2009
Se la finanza etica vuol contare, è il momento di fare un sano ritorno alle origini. Altrimenti diventerà un affare sempre più da ufficio studi e sempre meno capace di parlare alla gente, di arrivare, come si dice, alla pancia delle persone. Che credo invece sia il suo più grande valore e la speranza che la accompagna fin dall’inizio.
Ammetto che mi è sempre piaciuto vedere quella parola, “etica”, affiancata a quell’altra, “finanza”. Come fosse una sfida, una provocazione. Un ossimoro, direbbe un linguista.
Portare l’etica nella finanza per qualcuno è impossibile. Per altri, invece, è indispensabile. Specie dopo che si è assistito – ma lo si sapeva da anni, specie chi doveva saperlo – al disastro epocale che la finanza del business as usual ha prodotto a livello internazionale, ormai disancorata da qualsiasi considerazione etica e, ancora di più, da qualsiasi considerazione di buon senso.
A mio avviso questo momento di crisi, drammatico e probabilmente destinato a durare negli anni ben più di un momento, è allo stesso tempo prezioso per la finanza etica, forse irripetibile.
Se non ora, quando?
Se non si cerca di introdurre un virus benefico di matrice etica nella finanza in questa fase, ora che finalmente le regole e le non-regole che l’hanno condotta fin qui sono messe in discussione, che si riparla di controlli, che si torna a chiedere alle banche di fare le banche e così via, quando ricapiterà un’occasione del genere?
Quello che la finanza etica dovrebbe fare è tornare alle origini, cioè chiedersi quando e perché è nata e che messaggio voleva proporre. E se ancora lo sta facendo. Io credo che in larga misura, il che non vuol dire tutti indistintamente, ma i più, non lo stia più facendo e si sia appiattita sulla finanza tradizionale, più che portarla dalla sua parte, nonostante i criteri SRI si stiano diffondendo, stiano diventando mainstreaming e tutto quello che si vuole. Ma credo che l’occasione si stia perdendo.
Occorre guardare, come dicevo, alle origini. La finanza etica diciamo moderna, perché le considerazioni etiche sull’economia e l’uso del denaro si perdono nella notte dei tempi, nacque con la guerra del Vietnam. Alcuni grandi investitori, per lo più di matrice religiosa, che avevano patrimoni ingenti da investire, non approvando tutto quello che stava accadendo in Vietnam, si chiesero se potevano trasferire anche nelle loro modalità d’investimento ciò che pensavano.
Un altro grande momento per la finanza etica fu la lunga lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Una lotta che prese forza anche con le posizioni assunte da grandi investitori internazionali che decisero di boicottare il regime sudafricano proprio attraverso l’investimento finanziario, disinvestendo dal Paese e criticando fortemente, e disinvestendo anche lì, le aziende che continuavano a fare affari con Pretoria. Sappiamo com’è andata a finire, il regime è crollato.
La selezione etica degli investimenti questo è. Dire ciò che a proprio avviso è etico e ciò che non lo è e vedere se le proprio posizioni assomigliano a quelle di altri con cui coalizzarsi per contare di più, per farsi sentire da un pubblico più vasto, per aprire un dibattito, generare un movimento, una tendenza, qualcosa che incida. Uscendo dai modelli matematici, sofisticati e affascinanti quanto si vuole, che da anni ormai dicono che investendo con criteri etici quanto meno non si perde rispetto agli investimenti tradizionali e nel lungo periodo è facile che si guadagni qualcosa in più, perché se un’azienda è gestita in modo socialmente responsabile di solito è un’azienda migliore, più prudente e sana nella gestione, che dura di più, che soddisfa meglio i suoi stakeholder.
Ma a ben vedere non è questo che interessa il vero investitore etico, che pur cerca il rendimento, legittimo, come qualsiasi altro investitore. Interessa di più affermare che prima del rendimento ci sono altri valori da conseguire e che ottenere un rendimento senza rispettare quei valori può voler dire perdere, non soldi ma reputazione, dignità, senso, rispetto. Mentre ottenere lo stesso rendimento rispettando quei valori significa guadagnarci due volte.
Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Si tratta di dire che anche se il mondo non può essere dipinto solo col bianco e col nero, ma quasi sempre con infinite sfumature di grigio, ci sono soglie che non è accettabile superare. Queste soglie prima o poi occorre porle. Un esempio: dimmi se sei uno Stato che prevede la pena di morte oppure no e io deciderò se investire nei tuoi bond, in base alle mie convinzioni, religiose e non, a quello che ritengo giusto e a quello che ritengo sbagliato. Un altro esempio: sei un’azienda che ha causato un disastro ambientale? Ok, potrai migliorare, ma per sei mesi, un anno, due anni, cinque, quello che si vuole, io ritiro i miei investimenti nel tuo capitale perché voglio farti capire che quello che è successo non deve ricapitare, o almeno devi dimostrarmi che farai di tutto per evitarlo. Come un’espulsione a tempo di un giocatore di rugby, insomma, che se il giocatore persiste nel fallo si ripete e diventa magari definitiva. E se il giocatore mette le mani addosso all’arbitro, cioè a chi è garante delle regole, beh, allora diventa un’espulsione per tutto il campionato o per tutta la vita.
Ora, sempre secondo me, gran parte della finanza etica questa cosa non la sta facendo. O quanto meno non lo dice con la chiarezza che servirebbe e che potrebbe essere molto efficace proprio in questo momento.
È il momento insomma di battere un colpo, farsi sentire, dire coma la si pensa, rischiando, certo, ma con la prospettiva di contare, incidere, creare consenso attorno a grandi temi che interessano ora come non mai l’intero pianeta e le future generazioni: salvaguardia del pianeta, diritti umani, rispetto delle condizioni dei lavoratori, delle differenze e via discorrendo.
Non occorre fare le rivoluzioni, come il nome di questo blog evoca ma, è ovvio, solo metaforicamente. Basta tornare alle origini. Ma bisogna volerlo.
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(3)
Mi pare qualunquismo
E' facile e anche poco impegnativo essere d'accordo con le argomentazioni
addotte nell'articolo.
Purtroppo, a tutti i tifosi (investitori) interessa vincere (guadagnare),
non importa come, anche spaccando le gambe all'avversario.
La finanza non potrà mai essere "etica" se l'analisi si limita ai settori su
cui investire o all'esame spaziale di Stati da non aiutare perché riteniamo
canaglia, magari solo perché lontani dal nostro modo di intendere la vita
(ma chi è responsabile dei maggiori crimini contro l'umanità, un regime
liberticida e chiuso alla moderna concezione di democrazia, che fa danni
solo al suo interno, o una potenza dissipatrice di risorse e di energia,
inquinatrice, priva di principi solidaristici, che si fa mantenere dal resto
dell'umanità e che sottrae ricchezza non prodotta, turbando l'equilibrio
economico mondiale?). Secondo me, solo regole e divieti per gli strumenti
finanziari più disinvolti e pericolosi, tesi al contenimento delle libertà
individuali e al fine di privilegiare il bene comune collettivo (nonché
tetti agli emolumenti, anche nel mondo dello spettacolo e dello sport)
potranno (forse) essere veramente utili.
Nino
R: Mi pare qualunquismo
Ciao Nino, grazie del lungo e argomentato post, anche se piuttosto critico, ma lo accolgo in pieno. Pero' non credo ci sia del qualunquismo in quello che ho scritto o in chi lo condivide: si tratta di mettere dei paletti, di dire delle cose, di prendersi responsabilita'. Le regole che tu proponi mi trovano d'accordo, mi piacciono anche le riflessioni non scontate e di superficie, ma profonde e articolate, che tui dici si dovrebbero fare ad es. per valutare gli Stati, senza cadere pero' in un'eccesso di analisi che a mio avviso alla fine stempererebbe il significato di un investimento SRI, che ha valore, come intendevo dire nel post, quando prende posizione, non per essere radicali ma riconoscibili e aprire un dibattito, un confronto. Credo che SRI e CSR abbiano la possibilita' di anticipare le regole, anzi forse e' la cosa migliore che possono fare, oltre a richiamare l'attenzione su certi temi. Concludo segnalandoti questa news sul sito di Rsinews (http://www.rsinews.it/newsformat1.asp?news=2863) che sostanzialmente e' quello a cui mi riferivo nel post. Ultimissima cosa: si', i tifosi di solito vogliono vincere e basta. Ma gli sportivi, ancorche' tifosi, di solito preferiscono perdere onestamente che dover rubare o spezzare le game come tu dici pur di vincere. Bisogna vedere se chi investe e' piu' tifoso o sportivo, se cioe' gli va bene ogni tanto vincere e ogni tanto perdere, senza stra-perdere, ma comunque sempre mantenere la dignita' e il rispetto di se' stessi e dell'avversario. Se segui il tennis o hai seguito, mi viene in mente Stephan Edberg, grandissimo attaccante, che anche quando perdeva vinceva sempre in stile e correttezza e tutti gliel'hanno sempre riconosciuto. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi al riguardo e, in ogni caso, se continuerai a venire su queste pagine e a condividere le tue riflessioni. Saluti, ciao.
Tradizione o innovazione?
Andrea, anche a me è piaciuto moltissimo questo tuo articolo. Concordo, assolutamente. Mi chiedo però se da qualche parte anche la finanza etica non abbia bisogno di innovazione. Ho come l'impressione che questo nobile concetto aleggi ancora in una cerchia ristretta di persone e che da lì non riesca ad uscire, ad espandersi. Come se tra di noi, in circolo, ci dicessimo sempre le stesse cose, senza riuscire a diventare mainstream. Per questo mi chiedo se, tenendo saldi i principi che hanno dato origine ad una forma finanziaria "etica", sia possibile identificare forme d'innovazione che permettano di uscire verso il grande pubblico. Con ampio ed indiscusso beneficio dell'intera comunità.
Ciao e di nuovo complimenti: bell'articolo!
R: Tradizione o innovazione?
Ciao Chiara, grazie del tuo post! Che sia un piccolo mondo hai ragione, sigh, speriamo si allarghi. Credo che la formula tradizione + innovazione a cui mi pare tu ti riferisca potrebbe essere vincente. Io temo che chi si incammina sulla strada dell'innovazione perda per strada le radici, per questo ho scritto il post. Spero siano timori infondati. Grazie alla prossima, ciao.
Complimenti Andrea
Ho letto con molta attenzione il tuo articolo e mi trovo in accordo sul contenuto.
Personalmente penso che il problema sia profondo. Ad esempio possiamo stabilire che i fondi Generali siano etici e magari lo sono perchè gestiti bene. Ma la stessa società poi vende polizze vita scadenti e scadute. Stiamo attenti che l'etica così sbandierata dalle multinazionali non sia soltanto una scusa per nascondere le nefandezze drogate dei loro prodotti.
Complimenti ancora Andrea
R: Complimenti Andrea
Caro Roberto, ti ringrazio per aver letto il post, per il tuo commento...e per i complimenti, che fanno sempre piacere. Spero continuerai a venire su queste pagine e a dare il tuo parere. Saluti





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