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Ripartire dai bilanci…sociali

martedì, 14 aprile 2009

Va bene, l’impresa etica non esiste. Nel senso che nessuno è perfetto. Ma da questo a dire che tutti sono uguali ce ne corre. Dette queste ovvietà, però necessarie, veniamo al punto di questo post: chi stabilisce se un’azienda è socialmente responsabile o meno?

Il lavoro è complesso, delicato, specialistico. Richiede tempo e un monitoraggio continuo di informazioni. A svolgerlo sono le cosiddette agenzie di rating etico, sulla base di precisi criteri e metodologie con cui valutano le performance economiche, sociali e ambientali delle imprese. E anche quelle di governance. Criteri che possono variare da un’agenzia di rating etico all’altra, ma che grosso modo si somigliano.

Su quali fonti si basano queste valutazioni? Molte, differenziate: media, sindacati, associazioni di consumatori e ambientaliste, “watch dog” e in larga misura siti web e soprattutto bilanci sociali delle società che analizzano. Ma quando il bilancio sociale non c’è? Va bene di nuovo, fare il bilancio sociale non vuol dire essere buoni e bravi e belli. Infatti imprese clamorosamente e truffaldinamente fallite avevano bilanci sociali o ambientali straordinari. Ma almeno è un punto di partenza, dimostra che qualcuno in società si è posto il problema di farlo e qualcun altro ci ha lavorato. Significa che la società ha fatto almeno un pochino mente locale su che cosa vuol dire fare impresa dal punto di vista dell’impatto sociale e ambientale della propria attività. Vuol dire che passa l’idea che l’impresa non è solo conto economico, andamento del titolo a listino, posizione finanziaria ecc. ecc., ma anche altro, moltissimo altro: persone, relazioni, luoghi, rapporto con la comunità, con terreni e aria e acqua dove ci sono stabilimenti o uffici o magazzini. Il bilancio sociale, quando c’è, facilita il compito a chi valuta le aziende in ottica Sri perché è la base di partenza. Rende un servizio un po’ a tutti, alla comunità finanziaria, alle imprese stesse, alla collettività. Insomma, col bilancio sociale si dà una pennellata di “etica” – magari bastasse, ma almeno iniziamo - al sistema economico.

Se la crisi che stiamo vivendo è anche di etica del mercato, una buona iniezione per tentare di curarla, non certo l’unica, è ovvio, potrebbe essere quella di cominciare a rendere il bilancio sociale obbligatorio per le imprese, a cominciare da quelle quotate, o comunque da quelle più grandi, che hanno tempo e risorse per farlo. Non è un’utopia, perché diversi Paesi in Europa già lo fanno, come la Francia, da diversi anni. Qualche Paese ha cominciato a renderlo obbligatorio per le imprese pubbliche o a partecipazione pubblica, come la Svezia. Dal 2010 dovranno farlo le imprese quotate in Danimarca.

In Italia ancora non è obbligatorio. Lo è invece per le nuove imprese sociali, figura giuridica introdotta da poco e operativa solo dallo scorso anno, quelle senza fine di lucro ma iscritte nel Registro delle imprese. Che sono nate con quest’obbligo sul capo, un obbligo etico. Perché allora non caricare di questo piccolo fardello, ma che bel fardello però, se lo si guarda dall’alto delle regole e dell’etica del mercato, anche le imprese con fine di lucro, specie quelle che devono rispondere a centinaia di migliaia di piccoli azionisti? Se vogliamo ripartire dall’etica, proviamo a ripartire dai bilanci. Sociali, anche.

Commenti dal 1 al 1
(1)

Angela mercoledì, 22 aprile 2009

Aziende etiche

Sul bilancio etico italiano non mi pronuncio perchè sarebbe troppo facile fare dell'ironia. Invece volevo chiederle di una azienda di cui mi hanno parlato come molto attenta all' etica. Parlo della Bosch, quella delle candele per intenderci, le volevo chiedere se c'era qualcosa di vero su queste voci.
Grazie
                               Angela

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