Petrolio ed etica: diavoli di norvegesi!
mercoledì, 8 aprile 2009
Da anni c’è un fondo d’investimento che viene dal profondo Nord europeo e fa molto parlare di sé. È il fondo pensione del governo norvegese (www.regjeringen.no/en/dep/fin/Selected-topics/The-Government-Pension-Fund.html?id=1441), che gestisce gli ingenti proventi che la Norvegia ricava dall’estrazione del petrolio. Ed è un fondo etico, cioè investe e soprattutto disinveste, sotto la responsabilità del ministero delle Finanze norvegese, in base a una serie di criteri tipicamente socially responsible. Stabiliti e applicati attraverso i consigli di un Comitato etico e fondati su precise guideline stilate nel 2004.
La storia del fondo pensione governativo norvegese è una storia di scelte radicali di esclusione e per questo è una storia interessante di finanza etica. Nel corso degli anni, infatti, sono state escluse dagli investimenti del fondo tutta una serie di società internazionali, anche molto importanti, per motivi legati alle loro performance sociali e ambientali, che il fondo ha ritenuto non soddisfacenti. Nel 2006 è stata ad esempio la volta del colosso statunitense Wal-Mart, esclusa dagli investimenti per via delle sue pratiche anti-sindacali. Decisione che dette quasi origine a una crisi diplomatica tra Norvegia e Stati uniti.
L’ultima esclusione celebre, in ordine di tempo, è quella decisa pochi giorni fa riguardo alla società cinese Dongfeng Motor, colpevole di mantenere relazioni commerciali con il regime dittatoriale di Myanmar.
Si può essere d’accordo o meno con le guideline e il modo di procedere di questo fondo, che è stato criticato anche duramente – l’obiezione più comune è che fare finanza etica con fondi che provengono dall’estrazione del petrolio non sembra il massimo della coerenza socialmente responsabile - ma una cosa salta all’occhio: questo fondo raccoglie il testimone della finanza etica delle origini, che era nata per applicare anche agli investimenti finanziari i valori degli investitori, senza andare troppo per il sottile. Per dare dei messaggi precisi. Per dare senso, non solo economico e finanziario, all’attività d’investimento. È così che la finanza etica è stata protagonista nella lotta al Sudafrica dell’apartheid e nella contestazione alla guerra in Vietnam, disinvestendo dalle società che erano coinvolte con i governi segregazionisti sudafricani o nella produzione e commercio di armamenti destinati al conflitto vietnamita. Ed è così che la finanza etica ha fatto proseliti e si è via via imposta in molte aree finanziarie del pianeta.
Recuperare il senso dell’investimento e la sua connessione con i valori che si intendo promuovere, con l’idea di mondo che si ha, di giustizia, di equità e progresso: questo è il messaggio che viene dal profondo Nord. E su cui vale la pena riflettere.
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Cinicamente...
Interessante!! In effetti avevo già sentito qualcosa dei fondi pensione norvegesi. L'unica cosa triste è una considerazione, forse un pò cinica ma che mi sembra evidente: si può essere etici quando la pancia è piena. Se ho una solidità economica a prova di bomba, se ho le spalle coperte da profitti più o meno alti ma sempre certi come quelli che il petrolio assicura, ecco che allora posso fare anche lo "snob" e investire con criteri di scelta che mi portano anche un ritorno di immagine. Soprattutto se poi ho la responsabilità di mostrarmi all'opinione pubblica, di dare conto del mio operato ad un pubblico così vasto. Significa sempre accreditarsi presso i beneficiari-elettori come un'amministrazione ispirata anche a temi etici e non solo di puro mercato. Il pensionato si gode la sua pensione ed è pure felice di aver fatto indirettamente anche una buona azione...
R: Cinicamente...
Caro Alessio, l'etica della pancia piena credo anch'io purtroppo che sia sempre dietro l'angolo. E credo che questi diavoli di norvegesi non siano immuni dal rischio di mettere in pratica questo genere di etica. E' anche vero, pero', che altri, molti altri fondi di questo genere, a mia conoscenza la maggioranza, non hanno neppure questo tipo di etica. Per cui la prospettiva con cui guardo all'esperienza norvegese e' piu' rosea di quella che tu proponi, anche se assolutamente legittima. E poi inimicarsi delle grandi e potenti aziende escludendole dall'investimento, anche se sei la Norvegia, hai il petrolio e quindi la pancia piena, credo non sia mai facile. Grazie per il commento che hai lasciato e se credi continuiamo a dialogare di etica e finanza. Saluti.
R: R: Cinicamente...
Grazie per la risposta. In pratica mi sembra che lei suggerisca la massima per cui piuttosto che niente è meglio piuttosto. Condivisibile, per carità, ma mi permetta di fare ancora esercizio di cinismo. Se io vado a dire in giro, certificando il tutto, quanto sono buono, quanti soldi do in beneficenza posso ancora connotare questo mio comportamento come etico? A me pare in tutta franchezza che sia solo l'ennesimo tentativo di farsi una buona pubblicità e a buon prezzo anche. E il tutto sempre per un fine economico s'intende. Chi investe in settori meno controversi è spesso anche quello che implicitamente da una maggiore garanzia al mio investimento. Ossia, non mi fermo al solo merito economico ma vado anche a valutare tutte quei comportamenti dai quali in futuro potrebbero nascere anche molte difficoltà, problemi che metterebbero a rischio il mio investimento iniziale. Non esistono dunque aziende che si comportano davvero eticamente? Sono sempre e solo frutto del calcolo economico? Non credo. Credo che esistano eccome, sono però sempre quelle che passano sotto silenzio. Sono le piccole e medie imprese il cui padrone piuttosto che lasciare a casa i dipendenti che conosce da una vita e che lo hanno portato dov'è, si riducono lo stipendio e rimpolpano le casse coi soldi propri. In silenzio. Tutti lo sanno ma nessuno ha bisogno di certificarlo.





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