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Libertà di stampa e finanza etica

martedì, 4 maggio 2010

Cosa c’entra la libertà di stampa con la finanza etica? C’entra, c’entra eccome. Non esiste solo il rating etico delle imprese, infatti, ma anche il rating etico degli Stati. Che serve ad esempio per valutare il grado di sostenibilità di titoli come le obbligazioni di Stato, che non sono proprio una cosuccia da poco.

I principi di fondo si somigliano. Valutare la responsabilità sociale di uno Stato, tuttavia, è diverso da valutare quella di un’azienda. Si parla, nel caso di uno Stato, di country rating, come fa ad esempio l’agenzia di rating etico Vigeo (vedere la pagina del suo Sustainability country rating) oppure anche Etica sgr (vedere la pagina dei suoi criteri di selezione) che riprende il modello di valutazione di Eiris (vedere la pagina dei suoi criteri di selezione).

Per valutare la sostenibilità di uno Stato, si vanno a vedere, sempre lungo le dimensioni ambientale, sociale e della governance, cose come: il rispetto delle libertà civili e politiche fondamentali; se l’ordinamento giuridico prevede la pena di morte; se lo Stato aderisce e garantisce il rispetto di convenzioni, come quelle dell’Ilo (International Labour Office) o protocolli internazionali, come il Protocollo di Kyoto; quanta parte del suo fabbisogno energetico è soddisfatto da fonti rinnovabili; la spesa per l’istruzione e la sanità, di solito in percentuale sul Pil; il tasso di mortalità infantile; quanto è diffuso il lavoro minorile e cosa dice la legislazione al riguardo; il grado di corruzione nell’amministrazione pubblica, e così via.

È chiaro che si tratta di un lavoro molto complesso e che occorre consultare una base di dati molto, molto elevata e variegata. Diventano quindi determinanti, al riguardo, le classifiche elaborate da organismi internazionali, spesso Ong (Organizzazioni non governative), che negli anni si sono guadagnate autorevolezza per la serietà e la specificità dei loro studi, come Amnesty International, per il rispetto dei diritti umani, Transparency International, per la corruzione, o Freedom House, per le libertà fondamentali come la libertà di stampa.

Ieri, 3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa, Freedom House ha aggiornato le sue classifiche per l'anno 2009. E purtroppo non ci sono buone notizie, né a livello mondiale, né per l’Italia.

Nel mondo, infatti, per l’ottavo anno consecutivo la libertà di stampa è diminuita.

I Paesi dove c’è massima libertà di stampa sono Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.

Gli Stati Uniti sono al 24mo posto insieme alla Repubblica Ceca. La Gran Bretagna è 26ma, con Barbados, Canada e Costarica. La Germania è 19ma, con l’Estonia. La Francia è 40ma, la Spagna 47ma, la Grecia 63ma.

I Paesi nei quali c’è libertà di stampa, che la classifica definisce free, sono 69 in tutto il mondo.

L’Italia non è fra questi: è infatti in 72ma posizione, dopo Sudafrica e Tonga, insieme a Benin, Hong Kong e India, davanti a Bulgaria e Namibia. Nell’Europa occidentale, l’Italia è penultima, dopo la Grecia e prima della Turchia, ultima. In Italia l’informazione è partly free, parzialmente libera. Per chi è interessato alle motivazioni della posizione dell'Italia e della sua classificazione partly free, che del resto sono piuttosto note, se ne parla in questo documento a pagina 4 e a pagina 11.

Molto più in basso di noi c’è la Cina (182ma), anch’essa partly free.

Poi ci sono i Paesi not free, dove non c’è libertà di stampa…dove addirittura l’espressione “stampa libera” a volte non ha alcun significato, sembra una presa in giro, fantascienza, purtroppo. I peggiori Paesi del mondo, gli ultimi dieci, quanto a libertà di stampa (partendo dal peggiore), sono: Corea del Nord, Turkmenistan, Burma, Libia, Eritrea, Cuba, Uzbekistan, Belarus, Guinea Equatoriale, Iran.

Dato che la libertà di stampa viene di solito considerata la libertà “contenitore” o per così dire la libertà “pre-requisito” di molte altre libertà (per sapere se qualcosa va bene o male, infatti, occorre prima di tutto avere l’informazione vera e completa, e poi valutare, altrimenti nulla vale, di nulla si è sicuri), credo che questa classifica abbia un peso importante nel rating di sostenibilità di un Paese. Ma non so quanto.

Vorrei sapere, quindi, quanto peso il livello di libertà d’informazione calcolato da questa classifica ha sul rating etico di uno Stato, in particolare quello del mio Paese, l’Italia. Fino a che punto, cioè, si rimane nel gruppo di quei Paesi che si possono definire investment grade nella prospettiva della sostenibilità e dell’investimento mosso da considerazioni socialmente responsabili. E oltre quale soglia si finisce fuori. Un Paese partly free è dentro o fuori dall'universo investibile? Se qualcuno ne ha scienza e vuol commentare questo post, è il benvenuto e lo ringrazio fin d'ora.



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