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Azionista attivo cercasi

giovedì, 2 aprile 2009

Se sono un azionista e ritengo che la società in cui ho investito non si stia comportando bene, in modo socialmente responsabile, magari perché non ha attenzione a quanto inquinano i suoi stabilimenti o perché licenzia senza battere ciglio solo perché gli utili sono andati un po’ peggio del previsto, posso certo vendere il titolo e togliermi il pensiero, magari mandandola a quel paese e augurandole cose spiacevoli. Posso però anche fare una scelta diversa, più impegnativa ma probabilmente più efficace: rimanere azionista e farmi sentire, magari coordinandomi con altri azionisti che la pensano come me, creando un’associazione, mettendo insieme le forze per andare alla prossima assemblea dei soci, intervenire, porre domande alla società, obbligarla a rispondere, a darmi delle spiegazioni. Posso diventare cioè un azionista attivo, sposare lo shareholder activism proprio della cultura finanziaria anglosassone.

Per vedere chi lo fa da anni, e molto sul serio, basta andare sul sito di Iccr, Interfaith center on corporate responsibility (www.iccr.org), un’organizzazione che riunisce investitori animati da motivazioni religiose ma non solo che vanno negli annual meeting e prongono le loro shareholder resolution su svariati temi di taglio Sri. Come per esempio sul tema del climate change, delle emissioni di CO2 in atmosfera, dell’impatto ambientale, che sarà l’asse portante delle resolution degli azionisti attivi a stelle e strisce in questa stagione 2009. Nel 2008 furono oltre una cinquantina le risoluzioni presentate nelle assemblee Usa sui temi ambientali. Vedremo quante saranno quest’anno. Ma ce ne saranno molte anche sui mega-compensi dei manager, che vengono sempre più percepiti come mica troppo etici, specie quando una società va in rosso, licenzia a mani basse o il titolo va in caduta libera. Strano, vero?

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