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2,1 trillion dollars di pressing socially responsible

domenica, 14 febbraio 2010

Chi può richiamare le società quotate alle loro responsabilità sociali? Chi ne ha non l’autorità, che spesso si rivela inefficace, ma la forza? Risposta: i grandi investitori, come ad esempio i fondi pensione.

Come si può leggere sul sito ufficiale dei Principles for Responsible Investment, l’iniziativa dell’Onu per la diffusione del socially responsible investment fra i protagonisti del mondo finanziario, è successo che una larga coalizione di grandi investitori internazionali, con una forte presenza di fondi pensione, ha deciso di fare pressing su una 90ina di società firmatarie del Global Compact, altra importante iniziativa targata Onu per la promozione della responsabilità sociale. Vediamo in che modo.

Da alcuni anni il Gobal Compact ha iniziato a chiedere alle società firmatarie, cosa che non faceva all’inizio, di produrre un dettagliato report, detto Cop (Communications on progress), in cui esse devono dare informazioni su come hanno concretamente attuato i dieci principi del Global Compact e su quali progressi hanno in questo senso ottenuto nel corso dell’ultimo anno.

Ora, queste quasi 90 società non hanno prodotto il report per quest’anno. Sono ritardatarie. Ecco allora che la coalizione di investitori, che in totale gestiscono circa 2,1 trillion dollars di asset, cioè oltre 2mila miliardi di dollari (non proprio bruscolini…), gliel’ha semplicemente ricordato. Come a dire che siamo bravi tutti a fare o sottoscrivere dichiarazioni di principio, ma ben più difficile è rispettarle nella gestione quotidiana di un’azienda.

Non è la prima volta che gruppi più o meno ampi di grandi società d’investimento si muovono per fare pressione per un utilizzo più diffuso e generalizzato dei criteri Esg (environmental, social and governance) nel mondo finanziario. Un’iniziativa analoga del 2008 aveva ottenuto una risposta positiva dal 33% circa delle società ritardatarie. Nel 2009, quasi il 50% delle società a cui era stato contestato di non aver pubblicato il Cop lo avevano poi prodotto. Vedremo quest’anno.

Perché questi investitori decidono iniziative simili? Io credo che sia perché hanno capito che gestire un business secondo criteri socialmente responsabili è una garanzia per la sua durata e profittabilità nel tempo, è un modo di preservare il proprio investimento. Ormai ciò è dimostrato da una lunga teoria di studi e analisi, ma c’è chi ancora insiste a considerare la finanza etica un affare da snob della finanza, da ingenui benpensanti, da moralisti, da illusi che le cose possano andare in un altro modo rispetto al “business as usual”. Chi lo pensa, però, è perché vuole pensarlo e non vuole accettare la realtà. Affari suoi, sarebbe bello poter dire, invece sono anche affari di ciascuno di noi, perché la relazione tra fare finanza etica e avere a cuore il bene comune è molto, molto, molto stretta.

Proprio pochi giorni fa, tra l’altro, lo stesso Global Compact aveva proceduto a cancellare dalla lista degli iscritti quasi 900 società, proprio perché responsabili di non aver dato informazioni sui progressi ottenuti nell’applicazione dei principi di responsabilità sociale. In ogni caso aumenta costantemente il numero di società firmatarie del Global Compact, che al momento superano abbondantemente le 5mila.

Aggiungo solo una nota ancora: fra i nomi delle società d’investimento e fondi pensione che hanno promosso l’iniziativa, fra i quali sono presenti realtà che non da oggi sono molto attive nelle promozione della finanza Sri (ad esempio Aviva investors, Boston common asset management, Cooperative asset management, Robeco, Trillium asset management), brilla per la sua assenza l’Italia.

Non sarebbe male, secondo me, che qualche grande investitore del Belpaese cominciasse anche lui a battere un colpo in materia di finanza etica (magari prendendo spunto dal Fondo pensione governativo norvegese?) spiegando perché, soprattutto dopo la crisi, è molto importante (indispensabile, probabilmente) guardare al futuro non solo con l’ottica del risultato economico ma anche con quella delle ricadute ambientali e sociali che un business produce. Cioè con l’ottica, appunto, del bene comune.



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mr gold lunedì, 15 febbraio 2010

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