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Dicembre e i Trend invertiti: overview prenatalizia del mercato dei cambi

martedì, 22 dicembre 2009

Arriva Natale e i trend si invertono: partendo dall’euro dollaro, che, tecnicamente, dopo la rottura del supporto a 1.4647 ha abbandonato il fronte rialzista precipitando verso il livello successivo in area 1.43. Venerdì scorso, terzo del mese e giornata di scadenze tecniche, le ricoperture delle posizioni rialziste di chi ha approfittato della cavalcata autunnale dell’euro hanno contribuito a spingere al ribasso il cambio e a posizionarlo sotto la fatidica media mobile a 200 periodi, su un chart con timeframe daily. 

Da venerdì scorso si è appunto formato un nuovo canale, racchiuso tra il floor a 1.427 e il ceiling 1.436: molto profittevole lavorare su un grafico orario con una media mobile a 21 sedute, e a 55, con il cambio che si sta mantenendo matematicamente al di sotto di quest’ultimo livello.

Oltre a tirare le somme su questo 2009 ballerino, con l’avvicinarsi della fine dell’anno iniziamo a delineare le nostre previsioni e le dinamiche per il 2010, dove un dollaro debole potrebbe non significare più necessariamente un euro forte: questo perché ci saranno ancora ampie e più marcate differenze all’interno della stessa area euro.

Proprio oggi il debito della Grecia ha ricevuto un altro downgrade da parte di Moody’s, dopo quello di Fitch e Standard & Poor's, con una reazione dei mercati limitata, in quanto ormai attesa (per intenderci la Borsa di Atene sale oggi del 3,6%), ma di fatto nel medio termine questo continuerà a essere un elemento strutturale negativo per l'euro.

L'economia spagnola non riuscirà a registrare un incremento nel 2010 e potrebbe contrarsi fino a un -0,6% nel corso dell'intero anno, secondo le stesse parole del segretario all'Economia Jose Manuel Campa (ricordiamo qui a tutti i nostri lettori che l'economia spagnola ha registrato un calo per cinque trimestri consecutivi, e che il governo si aspetta un'uscita dalla recessione solo nella prima metà del 2010) e l’Irlanda sarà verosimilmente in deflazione per tutto il 2010, dato il tracollo della domanda interna.

Nel corso del prossimo anno ha senso prevedere un graduale ritorno dell’inflazione per la nostra area euro al di sopra dell’1,0%, ma ancora al di sotto del target BCE (media 2010: 1,4%), con un principale apporto alla dinamica complessiva dei prezzi al consumo proveniente dal settore energia.

Ma ciò che ha invertito i trend estivi e autunnali in questo dicembre, per quanto riguarda il mercato dei cambi, oltre alle difficoltà dei fratelli più deboli dell’eurozona, è stato il miglioramento degli ultimi dati macro dagli Stati Uniti, che ha spinto una parte degli investitori ad anticipare i tempi di una mossa restrittiva da parte di Federal Reserve.

Questo ha consentito alla valuta Usa di svoltare, almeno in parte, e ha reso chiaro ormai che una gran parte del mercato ha iniziato a scommettere su un rialzo dei tassi Usa nel terzo trimestre dell'anno prossimo. Le prospettive per il 2010 sono state quindi leggermente riviste al rialzo, nonostante la lettura finale del PIL USA per il terzo quadrimestre 2009 parecchio inferiore alle attese (2,2% contro un consensus a 2.8%). Proprio in questi giorni il presidente della Fed di Chicago Charles Evans dichiara di vedere per il 2010 una crescita dell'economia degli Usa tra il 3 e il 3,5%, mentre una bassa inflazione darà spazio alla banca centrale per mantenere una politica monetaria accomodante per un periodo lungo: “il prossimo anno "sarà senz'altro un anno migliore" del 2009”, si augura il banchiere statunitense.

Discorso diverso per la sterlina, più penalizzabile rispetto all’euro per fattori di debolezza propria dell’economia britannica, data l’importanza nel Regno Unito del settore immobiliare e del settore bancario-finanziario, punti dolenti della crisi economico-finanziaria mondiale in corso.

La necessità di riportare in ordine i conti pubblici, partendo da un rapporto deficit/PIL 2009 superiore al 12,0%, non agevola la strada per la sterlina, che chiaramente rimane in sofferenza in questi giorni: la rottura della soglia psicologica a 1.60 contro dollaro Usa e l’allontanarsi dalla media mobile a 200 periodi (con candele daily), rotta al ribasso giovedì scorso potrebbe spingere il pound nuovamente in area 1,57, seppur magari per un lasso di tempo molto breve.

Riteniamo improbabile un ulteriore avanzata oltre quella soglia, se non altro a breve, perché significherebbe tornare ai livelli pre aprile e quindi ripiombare in una situazione di crisi grave per il paese.

Spingendo lo sguardo più a est, e più precisamente sulla divisa della seconda economia del globo, è da segnalare che la forza di dollaro USA spinge lo yen a toccare il record negativo degli ultimi due mesi a 91,47. A sostegno del dollaro ci sono gli acquisti di ricopertura in vista di fine anno, insieme alla risalita dei rendimenti dei Treasuries che han portato il tasso sul decennale al massimo degli ultimi quattro mesi (in area 3,70%), ampliando lo spread tra i titoli di stato a breve termine statunitensi e giapponesi, mentre sullo yen pesano le voci di un'ulteriore espansione della politica monetaria, dopo che il governatore della Banca centrale del Giappone Masaaki Shirakawa ha detto che la Boj è pronta a intervenire per contrastare la deflazione e che potrebbe mantenere gli attuali tassi: nel paese del sol levante non si sono quindi troppo fidati dei buoni dati di questi giorni, con le esportazioni giapponesi che hanno registrato la maggiore crescita degli ultimi sette anni a novembre (fondamentalmente grazie ad un’accelerazione della domanda asiatica, impressa in particolare dalla Cina) e con l'indagine mensile Tankan sulla fiducia del settore manifatturiero, che mostra a dicembre una seppur lieve risalita a -27.

Il prossimo target per usdjpy è fissato a 92.5, anche se crediamo che dopo la lettura finale del pil il dollaro USA abbia esaurito per adesso la sua forza propellente: se ne riparlerà probabilmente dopo i regali di Natale.

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