Aspettando la primavera. Dell’Euro
venerdì, 5 marzo 2010
A marzo continua a tirare un’aria molto forte sui mercati valutari: la volatilità rimane alta, i prezzi viaggiano su valori critici e si è in attesa di un Godot che venga a risolvere una situazione che è in stasi da un mesetto circa, almeno sui cross principi del mercato, eurodollaro e dollaroyen, in fase appunto di frenetica lateralità tra 1.34/1.37 e 89/92 rispettivamente. Senza dimenticare vecchi leoni che arrancano faticosamente: la sterlina inglese in meno di un mese si è sciolta nei confronti del dollaro USA da 1.57 sino a soglia 1.48. Insomma, le occasioni di trading non mancano proprio, floccano anzi come downgrade di debiti sovrani.
La sensazione è che comunque non ci sia una situazione economica migliore di un’altra, ma solo economie impantanate in situazioni più critiche di altre. Sterlina, Euro, Yen e lo stesso Dollaro USA: la corsa è a vendere quella che sta messa peggio. Dopo un mese di luci ed ombre, con dati macro in media più deludenti rispetto al consenso, è chiaro che la ripresa si sta dimostrando anemica, e che il riposizionamento delle aspettative del mercato sia incentrato su uno scenario macro di stagnazione, se non di vero e proprio double dip.
La velocità della ripresa si è ridotta innanzitutto nell’area euro, dove i dati e le indagini sull’economia tedesca (PMI, IFO e ZEW) hanno iniziato a mostrare segnali di debolezza. Oggi Trichet ha tenuto la sua solita conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio Bce e dell’annuncio del bank rate. Tassi confermati, fermi da tanto tempo e che per tanto tempo sembra rimarranno tali: i mercati, e l’euro, invertono il brillante trend da poco imboccato (sulla scia di un piano salvataggio della Grecia finalmente convincente) e vanno ad infrangere le flebili speranze di duraturi rimbalzi contro il muro della realtà. Diciamo che il Trichet non è comunque un drago nell’infondere fiducia ai mercati, che come al solito dopo i suoi moniti (quando l’esperienza conferma una teoria nel corso degli anni, non è più corretto parlar di scaramanzia, diventa statistica), fanno prima un bel balletto di prezzi, poi non si fidano e saltano a piè pari dalla parte della lettera. Il punto è che le dichiarazioni del presidente suffragano l'idea che la Bce manterrà tassi bassi forse più a lungo degli Usa... a conferma di un allargamento del differenziale di crescita tra area euro e Stati Uniti ormai manifesto (se vogliamo parlare di Pil, la differenza tra vecchio continente e USA è dell’8%, con tassi di crescita rispettivamente a -2.1% e +5.9% nel 4° trimestre 2009). E come se non bastasse, ad affossare ulteriormente l’euro, è arrivato il downgrade da parte di Moody’s del braccio finanziario di Deutsche Bank. Giusto anche per ricordarci le difficoltà patrimoniali degli istituti di credito del vecchio continente, oltre che dei suoi paesi sovrani.
Peggio della moneta unica ha performato solo la sterlina, sotto attacco del mercato per via di condizioni di credito che sono e rimarranno probabilmente restrittive, di conti pubblici da brividi freddi, e a causa dell’incertezza e dell’ansia che la diatriba politica delle elezioni di giugno sta riversando sull’economia inglese.
In realtà, anche dalla’altra parte dell’Atlantico non è che se la passino poi così bene, con un presidente che inizia a far storcere il naso non solo alle frange più liberal del mondo finanziario, e con un inverno che sta ghiacciando i meccanismi dell’economia a stelle e strisce (che sia solo una scusa quella delle tempeste di freddo nel mid-east, per mascherare una situazione economica non così brillante, come invece prometteva la stima del Pil 4° trimestre?). Questa settimana l’ISM manifatturiero è tornato a scendere, e il mercato immobiliare è inciampato a gennaio con uno scivolone di 7.6 – sette punto sei! – punti percentuali. E quello che preoccupa di più è il mercato del lavoro: oltre ad un tasso di disoccupazione sempre in prossimità del picco a doppia cifra di fine 2009, preoccupa il continuo aumento della durata media del periodo di disoccupazione (in gennaio ha raggiunto le 30,1 settimane, massimo assoluto dal 1948). A tal proposito, ricordo a tutti: ora tocca proprio ai non farm payrolls…una cosa è certa: alle 14.30 saremo tutti davanti ai monitor col dito puntato sul mouse per la sentenza dell’employment report. Non a caso atteso negativo…





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