2010 Fuga dallo Yen
giovedì, 7 gennaio 2010
L’anno nuovo inizia, comincia anche un nuovo decennio ma sui mercati i trend si ripropongono sempre con la stessa ciclicità, anche se in questi giorni spunti interessanti non mancano proprio.
Pronti via e il neo ministro dell’economia giapponese esordisce col botto, con le dichiarazioni di ieri che hanno arroventato le sale cambi: lo yen ha infatti perso terreno contro il dollaro e le altre controparti dopo che Naoto Kan (nominato ministro ieri al posto del settantasettenne veterano Hirohisa Fujii, che ha rinunciato all'incarico per motivi di salute) ha detto di volere un ulteriore indebolimento della divisa, alimentando le voci secondo cui il governo potrebbe essere più incline ad arginare bruschi rialzi della valuta giapponese.
I commenti sono stati parecchio aggressivi, così come la successiva ondata di vendite sullo yen: d’altronde frasi come "Sarebbe bello se lo yen si indebolisse un pò di più" e “Molte imprese sarebbero favorevoli a un rapporto dollaro/yen intorno ai 95 yen”, pronunciate da Kan (che è anche vice primo ministro) non sono di difficile interpretazione.
Estremo oriente protagonista sui mercati oggi anche dall’altra parte del mar del Giappone, con la banca centrale della Cina che ha sorpreso i mercati alzando i tassi di interesse sui suoi titoli di debito a tre mesi, per la prima volta dalla metà di agosto: se da una parte gli analisti parlano semplicemente di un'operazione di drenaggio di liquidità in eccesso, i mercati sembrano temere il peggio, interpretando la mossa come un segnale che la banca centrale possa presto essere pronta ad adottare misure più energiche per raffreddare la crescita e combattere l'inflazione, ad esempio un aumento dei tassi di sconto. Sinceramente noi crediamo che la mossa debba essere vista più che altro come un tentativo della banca centrale cinese di gestire la liquidità, in particolare per evitare che le banche ripetano la stagione del credito facile dell'inizio del 2009, e sebbene il livello di credito che le banche erogheranno nel corso dell'anno sarà inferiore rispetto all’anno appena trascorso, ci sembra ancora troppo presto per parlare di un cambio di rotta.
Restando da quella parte del globo, salta all’occhio anche la performance del dollaro australiano, che tocca il massimo di un mese sul dollaro USA e il livello più alto da settembre 2008 contro yen (record degli ultimi quindici mesi), e da due anni contro euro, sulla scia di forti dati sulle vendite al dettaglio che hanno rafforzato l'ipotesi di un altro aumento dei tassi di interesse il mese prossimo: le commodities (e i paesi che le esportano) di questo periodo sono una vera e propria “miniera d’oro”, in tutti i sensi.
Anche il dollaro USA sugli scudi oggi: il rally contro lo yen ha contribuito a spingere la valuta Usa su tutti i cross, euro in primis (orribili i dati della mattina sulle vendite al dettaglio di novembre nell’area, e anche gli ordini delle industrie tedesche per lo stesso periodo hanno apertamente deluso gli analisti) ma i guadagni sono limitati perché il mercato resta cauto in attesa dei dati sull'occupazione statunitense di venerdì.
I verbali dell'ultima riunione di politica monetaria della Federal Reserve, pubblicati ieri sera, offrono comunque un pò di sostegno alle quotazioni: dal documento emerge infatti che alcuni membri del comitato di politica monetaria della Fed vorrebbero espandere gli acquisti di asset su larga scala per stimolare l'occupazione, iniziativa che alcuni analisti vedono come una conferma che la Fed non procederà a un rialzo dei tassi nel breve termine.
Il driver ora sarà il mercato del lavoro americano, con le richieste di sussidi di disoccupazione che oggi sembrano rallentare. Alcuni, come James Bullard, presidente della Federal Reserve di St.Louis e membro del comitato di politica monetaria della Fed, ostentano ottimismo: il mercato occupazionale a suo giudizio sta effettivamente migliorando e l'economia è vicina a un punto di svolta a partire dal quale il tasso di disoccupazione inizierà ad abbassarsi; inoltre i prezzi degli immobili si stanno stabilizzando e le cose possono mantenere l'inflazione negli Usa bassa e stabile.
Pronti via e il neo ministro dell’economia giapponese esordisce col botto, con le dichiarazioni di ieri che hanno arroventato le sale cambi: lo yen ha infatti perso terreno contro il dollaro e le altre controparti dopo che Naoto Kan (nominato ministro ieri al posto del settantasettenne veterano Hirohisa Fujii, che ha rinunciato all'incarico per motivi di salute) ha detto di volere un ulteriore indebolimento della divisa, alimentando le voci secondo cui il governo potrebbe essere più incline ad arginare bruschi rialzi della valuta giapponese.
I commenti sono stati parecchio aggressivi, così come la successiva ondata di vendite sullo yen: d’altronde frasi come "Sarebbe bello se lo yen si indebolisse un pò di più" e “Molte imprese sarebbero favorevoli a un rapporto dollaro/yen intorno ai 95 yen”, pronunciate da Kan (che è anche vice primo ministro) non sono di difficile interpretazione.
Estremo oriente protagonista sui mercati oggi anche dall’altra parte del mar del Giappone, con la banca centrale della Cina che ha sorpreso i mercati alzando i tassi di interesse sui suoi titoli di debito a tre mesi, per la prima volta dalla metà di agosto: se da una parte gli analisti parlano semplicemente di un'operazione di drenaggio di liquidità in eccesso, i mercati sembrano temere il peggio, interpretando la mossa come un segnale che la banca centrale possa presto essere pronta ad adottare misure più energiche per raffreddare la crescita e combattere l'inflazione, ad esempio un aumento dei tassi di sconto. Sinceramente noi crediamo che la mossa debba essere vista più che altro come un tentativo della banca centrale cinese di gestire la liquidità, in particolare per evitare che le banche ripetano la stagione del credito facile dell'inizio del 2009, e sebbene il livello di credito che le banche erogheranno nel corso dell'anno sarà inferiore rispetto all’anno appena trascorso, ci sembra ancora troppo presto per parlare di un cambio di rotta.
Restando da quella parte del globo, salta all’occhio anche la performance del dollaro australiano, che tocca il massimo di un mese sul dollaro USA e il livello più alto da settembre 2008 contro yen (record degli ultimi quindici mesi), e da due anni contro euro, sulla scia di forti dati sulle vendite al dettaglio che hanno rafforzato l'ipotesi di un altro aumento dei tassi di interesse il mese prossimo: le commodities (e i paesi che le esportano) di questo periodo sono una vera e propria “miniera d’oro”, in tutti i sensi.
Anche il dollaro USA sugli scudi oggi: il rally contro lo yen ha contribuito a spingere la valuta Usa su tutti i cross, euro in primis (orribili i dati della mattina sulle vendite al dettaglio di novembre nell’area, e anche gli ordini delle industrie tedesche per lo stesso periodo hanno apertamente deluso gli analisti) ma i guadagni sono limitati perché il mercato resta cauto in attesa dei dati sull'occupazione statunitense di venerdì.
I verbali dell'ultima riunione di politica monetaria della Federal Reserve, pubblicati ieri sera, offrono comunque un pò di sostegno alle quotazioni: dal documento emerge infatti che alcuni membri del comitato di politica monetaria della Fed vorrebbero espandere gli acquisti di asset su larga scala per stimolare l'occupazione, iniziativa che alcuni analisti vedono come una conferma che la Fed non procederà a un rialzo dei tassi nel breve termine.
Il driver ora sarà il mercato del lavoro americano, con le richieste di sussidi di disoccupazione che oggi sembrano rallentare. Alcuni, come James Bullard, presidente della Federal Reserve di St.Louis e membro del comitato di politica monetaria della Fed, ostentano ottimismo: il mercato occupazionale a suo giudizio sta effettivamente migliorando e l'economia è vicina a un punto di svolta a partire dal quale il tasso di disoccupazione inizierà ad abbassarsi; inoltre i prezzi degli immobili si stanno stabilizzando e le cose possono mantenere l'inflazione negli Usa bassa e stabile.
Passando ai fatti, dopo il picco da oltre 26 anni al 10,2% in ottobre, il tasso di disoccupazione è ridisceso al 10% in novembre: domani, con la diffusione dei dati di dicembre, il mercato ci dirà se i dati di oggi saranno di buon auspicio e se il caro Bullard aveva torto o meno.





Commenti agli articoli