Home »
Archivio »
saperinvestire »
biografie »
“Consumare le suole” e non guardare l’orologio: conversazione sul giornalismo finanziario
“Consumare le suole” e non guardare l’orologio: conversazione sul giornalismo finanziario
Diego Pastorino intervista Claudio Kaufmann, vicedirettore di Borsa&Finanza, su un'attività ultimamente al centro di critiche e polemiche, quella dei giornalisti finanziari.
di Redazione Soldionline 3 apr 2009 ore 10:49
a cura di Diego Pastorino (www.robinhood.it)con Claudio Kaufmann, vicedirettore di Borsa&Finanza
Pastorino. Partiamo da un punto di vista semplice e di base: quali sono le doti di un buon giornalista finanziario.
Kaufmann. Le doti che ci vogliono sono quelle “ovvie”, quelle di ogni giornalista, idee creatività e tenacia, dopo di che ci sono due elementi fondamentali. Una attiene all'individuo e cioè a come ciascuno si relaziona con il proprio mestiere, con la propria voglia di fare. La seconda attiene all'ambiente nel quale si opera, se ci sono persone in gamba con molta voglia di fare, se ci sono dei leader e un certo spessore culturale deontologico e morale; questo produce un buon ambiente, la gente si sveglia al mattino e va in redazione volentieri e viene stimolata.
La cosa peggiore e triste in alcuni giornali è vedere persone che sarebbero motivate o motivabili che finiscono per diventare, diciamo così, degli “impiegati della notizia”, cioè si limitano ad alzare il telefono quando va bene, quando va male fanno copia e incolla delle agenzie e dei comunicati delle aziende e diventano degli impiegati.
Il giornalismo può essere il più bel mestiere del mondo, come l'attore, lo stilista, addirittura l'artista. Naturalmente bisogna vedere prima di tutto che scuola hai avuto, e qui a volte gioca la fortuna... per scuola intendo il fatto ad esempio di essere stato vicino a giornalisti che avevano la buona abitudine di “consumare le suole delle scarpe”, come si dice; e se hai imparato a farlo è una abitudine che ti rimane dentro anche se poi magari fai il desk.
Non è scritto da nessuna parte qual è il miglior articolo del mondo, nel senso che una notizia quando tu la approfondisci non è mai finita, ci può essere sempre un risvolto in più, dipende se te lo vai a cercare.
Il limite è che se devi fare 1000 battute poi scrivere certe cose, se puoi farne 10.000 poi scriverne altre…
Per tornare alla domanda iniziale, ci vuole un fuoco interiore, cioè devi essere tu che vuoi scrivere quella cosa. A parte il contratto che stabilisce quante ore devi lavorare, se sei un giornalista giovane che ha voglia di farsi le ossa, che ama il mestiere e la sua carriera di sicuro non devi guardare l'orologio, perchè così non vai da nessuna parte...
Oppure se vai a lavorare in giornali che sono più o meno degli “house organ”, sia di destra sia di sinistra, e lo stesso vale per la finanza, non ti puoi lamentare, vai a fare quello che sostiene delle tesi precotte, non vai a scoprire la realtà. Se c'è un manager di destra che non sa fare il suo mestiere e tu lo difendi perché fa parte di una cordata politica, poi non ti puoi lamentare di come funzionano le cose.
Sei quasi peggio di un impiegato perché diventi non necessariamente un “servo sciocco” ma magari un servo intelligente perché sei intelligente, poi se sei anche un buon servo vieni retribuito bene anche nel giornalismo.
Il nodo di fondo è se quando ti guardi allo specchio la mattina vuoi sentirti un uomo libero. E poi molto dipende se tu hai la stoffa o non ce l’hai.
Io ricordo gli articoli su Il Manifesto di Riotta da New York, erano bellissimi, lui era un giovanotto e non glielo aveva ordinato il dottore di fare quello che faceva. Si è fatto la gavetta in giro per il mondo, consumava le suole, faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma quello era il suo mestiere, e potrei dirlo di tanti altri... e poi c'erano e ci sono quelli che stanno in redazione a aspettare le Ansa, le veline...
Se posso permettermi un mio episodio personale: io venni a scoprire che c'era lo sciopero del personale al carcere di San Vittore; alle 6 del mattino assumevano la gente che andasse dentro a pulire... io mi vestii da barbone, entrai alle sei del mattino per andare a pulire il carcere per pelare le patate ecc.; entrai con una piccola matita e un pezzo di carta per passare il metal-detector, e il giorno dopo uscì una pagina su un quotidiano con scritto “Un crumiro a San Vittore”... io raccontai delle cose che fecero imbufalire i dirigenti del carcere; ma non me lo aveva ordinato il dottore o il direttore, sono cose che senti dentro, mentre invece tanti colleghi se riescono a lavorare le loro tre ore al giorno sono ben contenti.
Pastorino. Veniamo al discorso dei condizionamenti, la “proprietà” (in Italia praticamente non esistono editori puri), e la pubblicità. Quella che tu hai definito come “la passione” del giornalista, può essere completamente frustrata dall'esistenza di questi due vincoli o comunque anche all'interno di questi due vincoli ti puoi ritagliare uno spazio importante. O questi vincoli sono così forti così quotidiani e così diretti da essere insuperabili...
Kaufmann. I vincoli sono forti, però non sono mai granitici... certo, uno non può andare a lavorare al giornale della Confindustria e pretendere di imporre la linea della Cgil; allora vai a lavorare per il giornale della Cgil, vai all'Unità, vai dove ti pare. Però lì il condizionamento può diventare brutalmente politico. Parlando di proprietà e di inserzionisti, il fatto che spesso chi compra pubblicità si compra anche pezzi che verranno scritti (lo si dice per esempio degli stilisti), lo sanno anche i muri... e io lo ribadisco, si può anche non vivere di moda...
Pastorino. Ma lo fanno solo le case di moda?
Kaufmann. No, era soltanto un esempio...
Pastorino. Bene, perché sai la moda tutto sommato è un argomento più neutrale rispetto al portafoglio della gente...
Kaufmann. Vabbè allora, vogliamo mettere i piedi nel piatto?... facevo l'esempio della moda per citare un meccanismo noto e arcinoto... si può farlo sulla finanza, è chiaro che in un sistema nel quale grosso modo metà del fatturato è dato della pubblicità a quel punto tu non hai un editore, ma ne hai due, hai il tuo editore e un insieme di altri editori i quali pagano e non sono contenti di prendere i pesci in faccia da te.
Questo è vero, non al 100%, però è molto vero, e allora dipende da dove ti collochi.
Però non si può neanche dire che nei giornali c'è una sola voce, perché se uno vuole farsi un'idea della crisi economica e di cosa dicono giornalisti commentatori e editorialisti, sulla stampa italiana trova tutto; non c'è un muro invalicabile che impedisce di dire che la BCE o la FED fa giusto o sbagliato.
Forse non si possono dire una serie di altre cose... ad esempio adesso tutti parlano dei bonus dei banchieri, ma non ho letto molti articoli sui bonus del settore industriale…
Molte società quotate pagano i loro manager tanto quanto le banche, ma se poi tu ragioni sul valore aggiunto, sul valore del titolo, non sono tutte rose e fiori. Non mi sembra che ci sia una IPO recente in questo momento sul mercato, tranne forse Ansaldo STS, che non sia abbondantemente sotto il suo valore di quotazione. E allora mi domando se questi manager hanno creato valore, o lo hanno distrutto... ma qualcuno ha restituito il bonus? Tra le IPO degli ultimi tre anni vedete delle cose che viste da fuori sembrano veramente delle truffe, perché poi gli intrugli veri non si fanno mica necessariamente solo con la stampa... c’è chi ti porta in borsa, quelli che fanno i report, quelli che seguono la quotazione...
Insomma il fatto che come dice Beppe Grillo, di cui non condivido un sacco di cose, ci siano 500 persone che stanno più o meno in tutti i consigli d'amministrazione vuol dire qualcosa, vuol dire che questo è il regno dei conflitti d'interesse a prescindere dalla stampa...
Tornando al punto, nel complesso possiamo tutti lamentarci dei condizionamenti che vengono dagli editori, che vengono la pubblicità e da quell'intruglio di relazioni fra imprenditore banche e istituzioni... è tutto vero. Però nel contempo uno gli spazi se li deve creare se ci tiene, cioè spesso è un alibi quello di dire che non siamo liberi... anche perché io vorrei sapere quanti giornalisti, tanto per parlare chiaramente, nel mondo della finanza ricevono le cosiddette stecche, oppure sono a libro paga delle grandi imprese e non solo... io credo che la moralità media dei giornalisti italiani sia molto bassa, direi che non è molto diversa da quella della classe politica che in questo periodo in Italia è particolarmente bassa.
Pastorino.Più recentemente è diventato molto evidente il ruolo svolto dalle agenzie di PR, che in questo momento si pongono come un vero proprio filtro, a volte uno scudo, con una elevata capacità di gestione dell’informazione. E succede che molti giornalisti di fatto si adagiano sulla relazione con il PR, anche perché ti semplificano la vita dandoti buona parte di lavoro già fatto. Questa cosa viene fatto notare non soltanto in Italia ma anche nel mondo anglosassone...
Kaufmann. Sì certo però tu da un lato non puoi impedire che chi fa impresa si prenda un ufficio di PR, diciamo che questi uffici stanno ai giornali come la diplomazia sta al mondo della politica... un leader cinese diceva: i diplomatici sono le persone che mandiamo in giro per il mondo per mentire e quindi potremmo dire che gli uffici di PR sono lì esattamente dallo stesso motivo.
Pastorino.Però può essere che in un mondo che vorrebbe la trasparenza questo diventi un problema...
Kaufmann. Forse sì, però è una questione sostanzialmente irrisolvibile nel senso che se il padrone di un'azienda ha delle buone notizie da comunicare scatena i suoi per farle comunicare, se ha delle brutte notizie scatena i suoi perché non escano. Fine. Li paga apposta.
Poi come sempre ci sono le vischiosità, e il PR siccome deve giustificare lo stipendio, a sua volta deve “creare cinema”, deve fare in modo che qualche articolo esca... poi queste società molto spesso gestiscono direttamente il budget pubblicitario o comunque lo orientano... insomma io dico non ti piace questo? occupati di giornalismo gastronomico, vai a fare l'esperto di corsa sulle montagne...
Comunque per chiudere l'argomento il peso delle società di PR è molto rilevante. Però dipende… Ci può essere il giornale che va molto bene in edicola, e allora l'editore è meno in ansia rispetto alla pubblicità, e a quel punto il direttore concede di più; se invece il giornale vende poco a quel punto la pubblicità diventa l'ossigeno e quindi con tutte le complicità annesse e connesse tende a prevalere.
È difficile fare un discorso di sistema perché bisogna entrare nel merito di ogni situazione differente.
In sostanza la soluzione è solo individuale e sta nella capacità del singolo di sapersi tirare fuori, creare spazi, andare avanti anche se è dura.
Perché poi la rappresentanza nostra, cioè il cosiddetto sindacato dei giornalisti, ormai difende quasi solo la “pigrizia” e non l'innovazione e non il cambiamento. Cioè, ci sono giornalisti in gamba che vengono assunti a 600 euro e mandati via sei mesi dopo, e altri lautamente pagati che non fanno niente e nessuno li smuove... sono giornalisti che hanno sbagliato mestiere che stanno lì con il loro stipendio e nessuno li può toccare.
Io sarei per l'abolizione del contratto nazionale e per l'abolizione dell'ordine. Per qualche anno vinca il merito e poi torniamo a parlare di contratti, perché ci sono veramente troppi pesi morti, troppe rendite...
Pastorino. Ma se il giornalista si stacca dai discorsi sulle società quotate, sulle banche, quindi dai potenziali inserzionisti, e si dedica invece uno sguardo più sistemico, non credi potrebbe guadagnare l'autonomia perché non ha a che fare con i singoli centri di potere e di interdizione; può dare uno sguardo un po' più macro anziché micro, che nel corso del tempo soprattutto in situazioni come questa risulta particolarmente prezioso. Su quegli argomenti sei più libero, e quindi è un problema di tua volontà di scavare.
Cioè facciamo l'esempio sul discorso dei derivati, che fossero una bomba a orologeria si sapeva da anni, nel 2002 lo aveva detto Warren Buffett, e sono passati sette anni...
Kaufmann. Si certo, però lo stesso si potrebbe fare per gli economisti i gestori e gli analisti... però qui andiamo su un terreno un po' diverso e cioè sul fatto che nel corso del tempo a cicli ripetitivi gli esseri umani si illudono di avere trovato l'elisir della finanza piuttosto che di qualsiasi altro argomento... è il potere magico delle bolle.
Io ricordo perfettamente lo scetticismo che circondava la politica monetaria di Bush dopo l'11 settembre, in cui si scriveva di stare attenti perchè a inondare il sistema di liquidità si rifà lo stesso errore della new economy, cioè si cresce oggi con il denaro regalato, si stimolano gli investimenti, ma questo lo pagheremo poi con debiti e inflazione.
Dopodiché nel 2004 c'è stata una svolta per cui l'America cresceva molto, l'idea della casa per tutti sembrava sostenibile, perché i tassi anche a lungo termine erano bassi... solo dopo si capì che c'era l'effetto della risparmio cinese e indiano, cioè questi assorbivano così tanto debito americano che consentivano al mondo intero di pagare poco le magliette, pagare poco le scarpe, l'America si indebitava per tutti e tutti eravamo più felici.
Pastorino. Devo chiarire il mio pensiero: io non credo nella funzione del giornalista come colui che deve prevedere ciò che altri che hanno più strumenti del giornalista non sono stati capaci di prevedere. Non è un discorso di previsione. È un discorso di scegliere dei filoni e svilupparli; se tu quotidianamente dici delle cose che altri non dicono per vari motivi, poi mettendole tutte in fila alla fine salta fuori un discorso che qualcosa racconta.
Forse un po’ di giornalismo di inchiesta si può fare anche senza parlare di società quotate.
Kaufmann. Sai, il giornalismo d'inchiesta ha questo difetto, che costa un sacco; tenere un giornalista che per 15 giorni in un mese si occupa di una cosa sola, lo possono fare i grandi giornali ma ne hanno uno, due... adesso vanno più di moda quelli che in due ore fanno due pagine di grande scenario copiando qua e là dai siti di tutto il mondo e stando dall'ufficio raccontano della Cina dell'America della Russia, mettendo insieme pezzi fritti e rifritti con una buona scrittura ma alla fine dicendo ben poco. Certo il giornalismo che dici tu ci vorrebbe, è il sogno nel cassetto di molti giornalisti, ma sta sparendo.
Prima si diceva che un po' dipende dal direttore e i direttori non sono tutti uguali... però sono giornalisti anche loro, e normalmente per una notizia stravedono, per un buon prezzo stravedono, perché in fondo non è il direttore che fa al giornale, lui mette insieme le abilità dei suoi redattori ai quali da stimoli spinte eccetera, e il bel pezzo comunque gli piace...
Montanelli fece una storica inchiesta su Eni, e prima ancora di farla pubblicare scrisse all'editore “se vuole rinunciare alla pubblicità dell'Eni la pubblichi pure”, ma non stiamo parlando di adesso stiamo parlando degli anni 60. Comunque la pubblicarono...
È vero che ci sono dei santuari però è anche vero che poi alla fine se vuoi raccontare e indagare che cosa c'è veramente all'interno di un'azienda ce la fai... se un marziano che arriva sulla terra volesse vedere cosa è stato scritto in Italia sulla Telecom negli ultimi 15 anni, da Bernabè a Colaninno a Tronchetti Provera poi ancora Bernabè, insomma, trova più o meno tutto...
Pastorino. Tu pensi che ci sia anche un problema di professionalità? Intendo dire, per come si è evoluta la finanza ultimamente, iperglobalizzata, velocissima piena di prodotti difficili da capire, non pensi che ci sia un gap fra la complessità di questo mondo e la preparazione dei giornalisti?
Kaufmann. Torniamo al discorso di prima delle scuole, delle fucine professionali nelle quale c'è il direttore che insegna, i capi redattori che hanno cinquant'anni e ti insegnano il mestiere... questo è quasi sparito, e la cosa si spiega perché è un mondo molto veloce, un mondo che si nutre di Internet... insomma per certi argomenti quasi tutti giornali alle nove del mattino sono carta igienica, per cui si è anche persa una certa sacralità di chi scriveva. E in più a questo si aggiunge il fatto che la scuola adesso è quello che è, i giovani escono dalla scuola e non sanno scrivere, e soprattutto non riescono a imparare. Il dramma sta nel fatto che non leggono i giornali, sono superficiali; e ad esempio rispetto ai PR di cui si parlava prima, mentre noi capivamo che dovevamo un po’ “difenderci”, loro li considerano le loro controparti e le loro vere e uniche fonti, considerano questa relazione come ovvia, e questo porta a un notevole abbassamento della capacità di critica.
Però bisogna anche dire che siamo letteralmente sommersi di informazione e di parole... un tempo quando Pasolini scriveva qualcosa stavamo lì un mese a discutere adesso non c'è più tempo, è tutto troppo veloce, si viene travolti.
Pastorino. L'ultima domanda riguarda il discorso dei new media. Che è entrato pesantemente anche nello scenario dell'informazione finanziaria.
Più in generale possiamo parlare di giornalismo partecipativo, cioè quella “nuvola” di informazione nella quale c'è di tutto, molte voci importanti e di qualità, e anche un po' di “fuffa”. Nella sua relazione col giornalismo più ufficiale questo non è un fenomeno trascurabile anche perché comunque mette pressione competitiva, è un fenomeno che si sente. Tu come lo vivi?
Kaufmann. Ma guarda io appartengo a quella specie in via di estinzione che una volta in pensione si siederà sulla panchina con il giornale di carta, ma questo fa parte della storia.
L'innovazione non si può dire se è bella o se è brutta, l'innovazione c'è.
Più o meno oggi come oggi se hai quattro lire puoi fare un giornale online, tra poco con quattro lire potrei fare la televisione... questo per certi versi farà bene perché se da un lato produce una montagna di fuffa, però dall'altro desacralizza anche certi falsi miti, il professorino, la casta, quello che lavora in tv... poi in rete trovi realtà piccole che fanno cosa di grande qualità, trovi quello che fa un sito sui bond e ne sa 10 volte di più dei cosiddetti esperti... i giornali perderanno quote perché la gente poi alla fine si accontenta di quello che trova sulla Rete.
Posso farti l'esempio banale del sito della Camera dei Deputati dove trovi la rassegna stampa... a quel punto comprare un giornale è da maniaci... in generale se noi adesso ci guardiamo il sito del Financial Times, del Wall Street Journal, della CNBC eccetera, se non ci sentiamo informati siamo dei malati di mente... e di qualsiasi argomento tu voglia essere informato tu trovi un sito almeno inglese che chi dice tutto ma proprio tutto...
A quel punto sembra che la domanda vera diventi “a cosa serve il giornale di carta”, e viene da dire che serve sempre meno. E infatti secondo me i giornali di carta saranno sempre più di nicchia, un po' come i film d’essai, chi vuole se li compra, in edicole che saranno diventate dei supermercatini che vendono software, DVD, videogiochi, e che avranno anche i giornali di carta...
io credo che i giornalisti dovrebbero preoccuparsi perché sta arrivando una mazzata storica, se qualcuno pensa di poter continuare a stare nella redazione di un giornale lavorando tre ore al giorno e prendendo lauti stipendi, io credo che sarà spazzato via.
Certo c'è un rischio di professionalità perché se mancano le risorse poi si rischia prima di tutto di perdere quelli bravi, mentre prima di tutto bisognerebbe riuscire a spazzare via le non-professionalità...
Se si cominciano a tagliare determinati costi, anche se il pubblico diminuisce, le risorse per fare prodotti di qualità ci saranno sempre. Certo, diventerà più difficile fare i giornalisti... però se posso finire con una provocazione, metà dei giornalisti italiani hanno sbagliato mestiere, e quindi se anche i giornali si riducono dalla metà non è proprio una cosa negativa, perché si riuscirà a fare un prodotto di maggiore qualità magari più indipendente, e tanta gente che non c’entra non il giornalismo finalmente andrà a fare altro...
Commenta
0
0






