L'Iraq possiede 115 miliardi di barili come riserve di petrolio conosciute che rappresentano il 10% di quelle mondiali. 80 campi petroliferi scoperti, di cui solo 17 sono stati sviluppati
di La redazione di Soldionline 23 lug 2008 ore 15:03I proventi del petrolio rappresentano il 70% del Pil iracheno e il 90% delle entrate del governo.
Per sfruttare le sue risorse, l'Iraq ha deciso di aprire alle compagnie internazionali con contratti production sharing (PSA). Questa apertura dovrà essere regolamentata dalla nuova legge sul petrolio, che ancora non è stata approvata dal Parlamento. Legge che prevede che la parte restante delle riserve petrolifere vengano ripartite su base provinciale lasciando ampia libertà ai governatori rispetto al governo centrale di gestire le proprie riserve petrolifere.
Attualmente la Iraq National Oil Company controlla solamente 17 campi petroliferi, i restanti 2/3 dei campi scoperti sono controllati o verranno controllati dalle compagnie petrolifere straniere, in particolare dalla Shell, ExxonMobil, Chevron, Total, BP (le stesse che 35 anni fa furono allontanate da Saddam Hussein con la nazionalizzazione del petrolio) e da altre 41 minori.
Queste non sono soddisfatte dei contratti di technical support agreements (TSA) che il governo iracheno vuole concedere con l'obiettivo di aumentare la produzione di 500 mila barili al giorno. Questi contratti, assegnati senza gara d'appalto (si tratta di "no bid contracts", derivati da una trattativa con una sola compagnia che è l'unica che può offrire il servizio e quindi in assenza di competitori), sono una sorta di premio che il governo ha voluto dare a chi ha offerto per due anni gratuitamente sostegno al Ministero del Petrolio, attraverso consulenze, studio sui giacimenti e formazione.
Tuttavia sono accordi di durata limitata (al massimo due anni con rinnovabilità per un altro) e vengono pagati per il lavoro effettivo che svolgono. Le cinque major pretendono contratti di production sharing (PSA) cioè di sfruttamento di lungo periodo dei giacimenti, quelli che in sostanza garantiscono i maggiori profitti. Questa tipologia di contratti sono rifiutati in tutti i maggiori paesi del Medio Oriente (al mondo solo il 12% dei contratti petroliferi ha la forma dei PSA) come Iran, Arabia Saudita e Kuwait, dove esiste il controllo nazionale sul petrolio e dove le compagnie estere hanno delle concessioni limitate nel tempo e vincoli sui profitti.
La presenza di 140 mila soldati americani sul territorio iracheno, le costanti pressioni dell'amministrazione Bush, rendono improbabile una strutturazione dei contratti nella stessa forma degli altri grandi produttori petroliferi della regione. In Iraq la nuova legge sul petrolio, che dovrebbe regolamentare tutti i contratti petroliferi, non prevede quanti proventi, derivanti dallo sfruttamento dei campi, andrebbero investiti nell'economia irachena in forma di infrastrutture, impiego di operai iracheni e sviluppo tecnologico del paese.
Questa lacuna nel testo normativo, porta a pensare che alla fine le compagnie straniere riusciranno ad ottenere contratti di production sharing (PSA) con sfruttamento trentennale dei campi, anche se secondo esperti dell'industria petrolifera, le compagnie starebbero cercando contratti "risk service" di 9 anni (a metà strada tra PSA e TSA) per i sei nuovi campi (Rumalia, Kirkuk, Zubair, West Kurna, Bai Hassan e Maysan) e per i due di gas (Akkaz, Mansouriyah). Alcuni sollevano il sospetto che le stesse pretendano di strappare alla Iraq National Oil Company (INOC) anche i campi sotto il suo controllo, lasciandogli un residuo 25% di sfruttamento per ogni campo.
L'opinione pubblica irachena è tutta schierata contro questa soluzione e molto diffidente nei confronti delle compagnie estere. Non mancano tuttavia divisioni anche all'interno dell'esecutivo stesso. Al-Maliki vuole contratti trasparenti e che tutelino il popolo iracheno mentre il Ministro del Petrolio Hussein al-Shahristani, vuole portare l'Iraq a diventare il terzo produttore di petrolio al mondo grazie all'intervento delle compagnie occidentali, mentre il parlamento, tramite una commissione ad hoc, ha chiesto ufficialmente al Ministro di presentare tutte le bozze dei contratti petroliferi fin qui ratificati.
Lo scontro è molto forte anche tra governo centrale e autonomia provinciali in particolare con quella curda. Il quadro mostra una generale mancanza di trasparenza (sia del governo che delle compagnie petrolifere) che non lascia intravedere in prospettiva nessun tipo di miglioramento. Questa situazione di caos, di "tutti contro tutti", con la legge ancora da approvare, fa comodo alle grandi compagnie petrolifere, che protette dal Dipartimento di Stato americano, riescono ad ottenere concessioni a limite della legalità internazionale.
I nuovi contratti
L'ultimo contratto sottoscritto dal governo di Baghdad è con la Turkish Petroleum Coroporation (TPAO) un accordo per la ricerca, lo sviluppo e la vendita di idrocarburi. Un accordo di vasta portata che ufficialmente lascia intendere una cooperazione strategica ad alto livello nel comparto energetico, ma che in realtà rappresenta una vasta concessione ad Ankara. Il petrolio estratto dalla TPAO verrà trasportato lungo la pipeline Kirkuk- Vumurtalik, per arrivare al porto sul Mediterraneo di Ceyhan . Verrà costruita anche una rete per il trasporto del gas, che verrà immesso sul mercato globale attraverso la Turchia (attraverso il gasdotto Nabucco che lo trasporterà direttamente in Europa Occidentale), con la prospettiva di grandi profitti per il governo di Ankara. La TPAO, ottenendo questo accordo, supera il problema di non essere stata scelta dal governo iracheno come tecnicamente abile per partecipare alle nuove concessioni, anche se parteciperà indirettamente attraverso un consorzio insieme ai giapponesi.
Una questione aperta esiste tra il governo norvegese e quello iracheno. La Norway's DNO Company (DNO) una delle prime compagnie ad ottenere una concessione in Iraq dopo l'invasione americana, non ha ottenuto il lascia passare tra le 35 compagnie selezionate da Baghdad per i nuovi appalti. Secondo il governo di Oslo, questo rifiuto è legato al fatto che la DNO ha ratificato il suo attuale accordo in Kurdistan e il suo contratto appare al governo centrale illegale. Per quanto riguarda la tranche dei nuovi contratti in lizza ci sono 35 compagnie (preselezionate dal Ministero su un range di 100) queste dovranno presentare entro marzo 2009 la propria proposta rispettando la clausola che una quota del 25% dovrà essere riservata alle compagnie irachene. A queste 35 il Ministero del Petrolio ne ha aggiunte altre sei statali di Thailandia, Pakistan, Turchia, Algeria, Angola e Vietnam. Le offerte dovranno arrivare entro marzo 2009, con la firma prevista entro giugno 2009.
L'autonomia curda nella ratifica dei contratti
Secondo una recente affermazione di un parlamentare iracheno ai curdi iracheni sarebbe stata concessa segretamente una maggiore autonomia nello sfruttamento delle loro risorse petrolifere, tuttavia per frenare la politica curda sempre più indipendente nel settore petrolifero, il governo centrale ha tagliato dal 31 dicembre 2007 ogni collaborazione con le compagnie internazionali, circa una ventina, che hanno siglato accordi PSC con i curdi.
Secondo Jaber Khaleefa della Commissione Parlamentare Olio e Gas, l'accordo segreto permetterà ad entrambi le parti di andare avanti con i contratti con le compagnie straniere malgrado la lacune costituzionali in materia. I contratti PSA sottoscritti di recente dall'autonomia curda sono di diversa tipologia. Contratti PSA sono stati ratificati con la norvegese DNO, due con due differenti compagnie miste turco-americane, turco-svizzera e una canadese. Otto contratti di "tipo indeterminato" (MOU) con compagnie del Regno Unito, Irlanda, Giappone, Canada, India, Emirati Arabi e Russia. Cinque contratti di servizio esistono con compagnie cinesi, russe, vietnamite, sud coreane, altre sei definiti "oscuri"sono stati ratificati con Spagna, Francia (2), Turchia, Indonesia, Russia, tre di EPC (engineering, procurement and construction) con Turchia e Canada. Tra gli ultimi contratti ratificati c'è proprio quello di giugno con la Canadian Talisman Energy Corporation, quello con la Western Zagros per lo sviluppo di due campi petroliferi nella Provincia di Kirkuk e due di "production sharing" con la compagnia di stato sudcoreana KNOC (che precedentemente aveva già ottenuto diritti di esplorazione di uno dei più grandi giacimenti del nord) per una valore stimato di un miliardo di barili. La KNOC, si impegnerà a destinare parte dei suoi guadagni dal petrolio in programmi edili e di sviluppo delle infrastrutture.
Il problema di questi contratti firmati dall'autonomia curda è legata al fatto che la maggior parte di queste concessioni a compagnie estere ricadono fuori dal territorio della loro tradizionale autonomia cioè nelle enclave delle province di Arbil, Dahouk e Sulaimaniya. Gruppi anti americani e contrari al governo centrale hanno attaccato le compagnie estere e i rappresentanti del governo curdo che stavano lavorando all'esterno delle enclave. Gli americani stessi sono contrari agli scavi nella zonadi Harir nel Kurdistan iracheno, da parte di una compagnia petrolifera cinese. Una controversia con il governo centrale sta nascendo in merito al fatto che Baghdad non vuole che vengano utilizzate le sue pipeline per il trasporto di questo greggio con Turchia, Iran e Siria, in sintonia sul fatto che questa produzione non può essere trasportata sul loro territorio. Una condizione di caos nel nord dell'Iraq, che rispecchia quella generale del paese con la differenza che qui, anche Cina e Russia stanno cercando di strappare fette di produzione di greggio a Stati Uniti, Turchia ed Europa Occidentale, che già controllano quella del resto del paese.
Conclusioni
Sono le compagnia petrolifere occidentali che stanno imponendo al governo iracheno le loro necessità. Il fatto che solo le compagnie occidentali siano tornate in Iraq (e saranno le uniche ancora per un anno almeno) lascia perplessi sull'effettiva sovranità del governo iracheno in questo settore. Il nuovo grande accordo esclude di fatto i russi e i cinesi, accentuando ulteriormente la divergenza strategica tra Mosca e Washington in Medio Oriente. Attualmente è aperto un contenzioso per lo sfruttamento del giacimento di West Qurna, con una riserva stimata di 11 miliardi di barili, pari alle intere riserve mondiali della ExxonMobil, che nel 1990 era stato assegnato alla Lukoil e che Saddam Hussein due mesi prima dell'invasione americana aveva cancellato, contenzioso che vede la compagnia petrolifera russa rivendicare il rispetto del vecchio contratto, anche se i nuovi accordi lo hanno assegnato a Chevron e Total. Mosca sta pensando a delle pesanti ritorsioni nei confronti di Baghdad annunciando che il debito iracheno (13 miliardi di dollari) non verrà cancellato.
Nel tentativo di dare maggiore trasparenza e di dimostrare che l'Iraq è un paese sovrano il Ministro del petrolio ha dichiarato di recente che dal 17 al 19 ottobre prossimo si terrà a Baghdad una conferenza energetica internazionale per consentire alle compagnie straniere di conoscere meglio il potenziale petrolifero del paese. Dovrebbero essere circa 50 le compagnie internazionali presenti, comprese quelle russe e cinesi. Il dubbio è che la conferenza non abbia un senso senza l'approvazione di una legge nazionale di regolamentazione sul petrolio. Sembra difficile che per ottobre possa essere ratificata, perché proprio i grandi attori sulla scena irachena, Stati Uniti e major petrolifere non la vogliono prima di essersi accaparrati la "fetta di torta più grande". Forse la legge servirà successivamente per la "spartizione delle briciole" con altre compagnie.
Questo articolo è stato gentilmente fornito da Equilibri.net
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