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Volatilità in Cina: il contagio sui mercati ex Asia non è ovvio

L’azionario cinese negli ultimi giorni è stato protagonista di un’elevata volatilità così nel giro di 24 ore abbiamo visto l’attenzione dei commentatori spostarsi prontamente dalla Grecia alla Cina

di Redazione Soldionline 9 lug 2015 ore 10:55

A cura di Juan Nevado, manager dei fondi M&G Prudent Allocation e M&G Dynamic Allocation

L’azionario cinese negli ultimi giorni è stato protagonista di un’elevata volatilità (con ricadute sui mercati delle commodities), così nel giro di 24 ore abbiamo visto l’attenzione dei commentatori spostarsi prontamente dalla Grecia alla Cina. Non è particolarmente chiaro cosa abbia innescato il crollo proprio in questo momento, e si dibatte se l’imponenza di questi movimenti possa essere giustificata solo dai fondamentali. Tuttavia, non è facile archiviare questa situazione come un semplice ‘rumore di mercato’.

Da un lato, i dati economici cinesi si sono indeboliti in modo significativo in questi ultimi mesi, con il rallentamento dell’export da un anno a questa parte e un PIL che, stando alle stime, si è contratto trimestre dopo trimestre. Si tratta quindi di una reale preoccupazione circa i fondamentali economici del Paese, anche se nell’ultima settimana non c’è stato un lampante peggioramento del quadro economico a cui attribuire questa volatilità estrema.

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cina2Di fatto, la price action dell’azionario cinese è sembrata piuttosto confusa, con dei rally fino a poco fa – usualmente un segnale di ripresa economica, se consideriamo i mercati azionari come indicatore principale di condizioni economiche – anche quando la crescita stava già rallentando. Una spiegazione possibile potrebbe essere l’allentamento della politica monetaria la People’s Bank of China (PBoC), fatto senza però consentire una svalutazione. Lo Yuan è sembrato troppo costoso finora, ciò significava che mentre i politici hanno iniettato liquidità sul mercato nazionale, hanno così fatto in modo che la liquidità immessa non lasciasse il Paese, costruendo una mini bolla sui listini cinesi (A Shares).

Quindi cosa ha fatto esplodere la bolla?
Di nuovo, non è particolarmente chiaro. Gli investitori hanno avuto di che preoccuparsi ultimamente – dalla Grecia, ai rialzi sui tassi USA, prezzo del petrolio, inflazione/deflazione – e abbiamo sempre commentato in precedenza sull’evidente cambio del sentiment, piuttosto che sui fatti sottostanti a tale volatilità sui mercati globali. Forse alcuni di questi sono stati delle distrazioni rispetto al rallentamento cinese. Osserviamo spesso che gli investitori esagerano nel semplificare le complessità dell’economia globale distillando molti fattori importanti in single storie in un tentativi di spiegarsi i movimenti di mercato.

Un fattore a cui comunemente si dà la colpa di aver improvvisamente richiamato l’attenzione sulla Cina è la stretta della PBoC negli ultimi mesi sui ‘margin loan’ – il processo con cui molti investitori cinesi hanno preso a prestito denaro dagli brokers d’investimento per investire. Tuttavia, queste restrizioni sono state rilassate in modo da provare ad alleggerire le preoccupazioni sulla liquidità, mentre ci sono anche altre misure, tra cui il taglio dei tassi d’interesse lo scorso mese. Mentre la PBoC può non essere operativa ancora, sembra che siano consapevoli del bisogno di stabilizzare i mercati.

Con tale incertezza al riguardo su quanto stia realmente accadendo sui mercati cinesi in questi giorni, per il momento non siamo inclini ad agire. Tuttavia, stiamo seguendo la situazione con attenzione, consapevoli che questo abbia il potenziale di diventare uno sviluppo significativo – probabilmente molto più importante di un’eventuale Grexit – tra cui il possibile contagio sul listino di Hong Kong e su altri mercati azionari asiatici. I dati sulle esportazioni dei vicini della Cina mostrano una netta correlazione con l’indebolimento della Cina. Comunque, il potenziale impatto sulle economie ancora più lontane è meno ovvio; in particolare, gli Stati Uniti sembrano ancora solidi parlando di fondamentali, si tratta quindi di una preoccupazione circa la crescita asiatica piuttosto che una preoccupazione per la crescita a livello globale.

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